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trecento 5
CAPITOLO I
DALLE ORIGINI AL TRECENTO
1.1 DALLA LINGUA LATINA ALLA LINGUA VOLGARE. INTRODUZIONE
Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d. C.) l’unità creata da
Roma non era più politica ma essenzialmente culturale e linguistica. Infatti,
soprattutto in Italia, dove si segnalò un forte ritardo della nascita della lingua
italiana, il latino continuò ad essere fino al XIII secolo la lingua ufficiale; assunto
dalla Chiesa romana quale lingua della liturgia e della fede, esso rimase la lingua
della cultura, del diritto, dei rapporti diplomatici anche durante il periodo delle
invasioni barbariche (V – VI secolo). Da un lato esisteva, pertanto, un ceto
intellettuale capace di comprendere il latino, dall’altro le molteplici masse popolari
adottavano linguaggi considerevolmente diversi dall’antica lingua di Roma,
divenuta per esse ormai incomprensibile; si svilupparono e presero consistenza
le lingue volgari (dal latino vulgus: popolo), cioè parlate dal popolo, dette anche
neolatine o romanze (dal latino romanicus: romano, derivato da Roma). Alla
frammentazione politica dell’Impero si aggiunse, quindi, quella linguistica; ovunque
si svilupparono dialetti differenti tra loro, per molti aspetti quelli del Nord si
avvicinarono alle limitrofe parlate francesi e germaniche, mentre quelli del Centro
– Sud accolsero gli influssi del neolatino dell’Oriente; in Sicilia, inoltre, si assistette
all’incontro di tre lingue: greca, araba e latina. Il latino parlato era profondamente
diverso da regione a regione in relazione al grado di istruzione dei parlanti e ai
vari contesti di comunicazione; infatti, come la lingua dei testi classici (l’unica
forma di latino, grazie alla documentazione scritta, che è possibile oggi conoscere
ed apprendere) si basava su regole grammaticali e sintattiche e sull’esempio di
modelli letterari prestigiosi, così il latino parlato, sfuggendo al rigore delle leggi
grammaticali, era altamente soggetto alle caratteristiche di provenienza geografica
o sociale, al livello culturale del singolo parlante, era, dunque, espressione del
modo di parlare utilizzato comunemente da persone di ogni condizione sociale in
circostanze appartenenti alla quotidianità.
1.2 LA TRASFORMAZIONE LINGUISTICA
È difficile ricostruire il mutamento linguistico del latino parlato, in quanto, proprioperché non scritto, rarissimi sono i documenti attraverso cui è stato possibileseguirne la trasformazione; si può, tuttavia, affermare inequivocabilmente chel’evoluzione linguistica interessò sia il lessico, sia la pronuncia che la grammatica.
Dal punto di vista lessicale occorre sottolineare che esisteva una notevoledifferenza tra parole appartenenti al linguaggio parlato e vocaboli utilizzati nellalingua scritta; infatti, per esempio al termine letterario caput si preferiva la formacolloquiale testa (in origine significava “vaso di terracotta”) e termini popolari equotidiani si affermarono sempre più su quelli propriamente letterari e colti, per 6 trecento
cui si diceva gamba anziché crus, focus invece di ignis, caballus e non equus.
La pronuncia subì poi notevoli mutamenti: la collocazione degli accenti cambiò
e dalla metrica antica quantitativa, fondata sulla quantità delle sillabe (brevi o
lunghe) si sostituì la metrica volgare accentuativa che badava all’accento; si
eliminarono le consonanti finali delle forme coniugate dei verbi, vocali e consonanti
si alternarono o furono sostituite. Dal latino calidus, con la caduta di una vocale,
si ebbe, infatti, la forma parlata caldus, da cui derivò il termine italiano caldo e il
francese chaude e ancora, dal latino oculus, attraverso la forma volgare oclu, si
giunse all’italiano occhio, al francese oeuil, allo spagnolo ojo.
Infine, anche le più profonde strutture grammaticali si trasformarono, si tese a
semplificare ed abbandonare la brevità e sinteticità della lingua latina componendo
il discorso in diverse parti; alle declinazioni dei casi, per i sostantivi ed aggettivi,
si sostituirono le preposizioni (il genitivo hominis per esempio diventò de homo);
dagli aggettivi dimostrativi ille ed illa si formarono gli articoli; si abbandonò l’uso
del genere neutro, intermedio al maschile e al femminile; scomparve la forma
passiva del verbo e si introdusse una nuova forma di futuro: amerò da amare
habeo. Dunque, differenti furono i fattori che intervennero nel processo di
trasformazione del latino e nella sua diversificazione nella molteplicità di lingue
romanze; è evidente che le espressioni linguistiche del volgare appartenevano
ad un registro linguistico – informale, le nuove terminologie divennero più pratiche,
più quotidiane e più vicine alle esigenze del popolo.
1.3 I PRIMI DOCUMENTI IN LINGUA VOLGARE
Per la frammentazione politica, per la persistenza della tradizione culturale latina
esercitata dal potere ecclesiastico, l’evoluzione della lingua e della letteratura in
Italia si sviluppò successivamente rispetto alle realtà culturali d’Oltralpe; solo la
società comunale (XII - XIII secolo) determinerà le condizioni necessarie per lo
sviluppo e la sua diffusione. Tuttavia, le prime testimonianze della nostra lingua
si possono collocare tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo, in seguito al
ritrovamento di uno scritto brevissimo anonimo (datato allo studio e all’analisi
della grafia), un indovinello veronese, così denominato perché scoperto a
margine di un manoscritto conservato presso la Biblioteca Capitolare di Verona:
«Se pareba boves, alba pratalia araba,
albo versorio teneba, negro semen seminaba».
La lingua del testo può considerarsi appartenente al fenomeno del bilinguismo (lalingua latina e quella volgare combinate ed elaborate insieme) e costituisce,considerando l’eventuale destinazione e contesto, un esempio di uso informale equotidiano del latino. L’autore, probabilmente un copista, durante una pausa nellatrascrizione dei codici, compose il divertente indovinello paragonando il lavoro discrittura a quello di un contadino nei campi: «Spingeva avanti a sé i buoi (ovvero le dita che impugnano la penna),
arava un bianco campo (la pergamena solcata dalla scrittura)
reggeva un bianco aratro (la penna d’oca),
trecento 7
un nero seme seminava (l’inchiostro con cui si tracciano i caratteri)».
Al 960 risale poi una formula contenuta nell’ampio documento giudiziario redattoin latino, il Placido capuano, che attesta la netta separazione tra il latino ed ilvolgare; infatti, esponendo l’azione legale, riguardante una questione di proprietàtra un laico ed il monastero di Monteccassino, il notaio capuano, incaricato edeciso a rivendicare al monastero il possesso di alcune terre, riportò in volgare,per farsi comprendere dai testimoni laici, illetterati, e per rendere valido l’attosotto il profilo giuridico, la deposizione dei laici testimoni: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene,
trenta anni le possette parte Sancti Benedicti»;
«So che quelle terre, per quei confini che qui sono contenuti,
per trenta anni le possedette il monastero di San Benedetto».

Sull’esempio del Placido capuano, molti altri ne furono elaborati successivamente
(Placidi campani); tuttavia, le formule in volgare non potevano essere redatte
direttamente dal popolo poiché appartenenti ad un linguaggio tecnico che il volgo
poteva sì comprendere ed utilizzare, ma la cui produzione spettava agli intellettuali
della società.
Le prime testimonianze di elaborazione letteraria in versi in lingua volgare
comparirono in Italia tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo; denominate dalla
tradizione ritmi, non solo per indicare il rapporto dei versi con la musica e la
recitazione, ma anche per la particolare trasformazione metrica (vedi pag.6), sono
testi versificati di origine popolare e giullaresca, uniti da rime non perfette e privi
di qualsiasi schema metrico fisso. Essi sono:
il ritmo laurenziano, conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, è opera
di un giullare toscano che, rivolgendo le sue lodi ad un vescovo (probabil-mente di Pisa), chiede di ottenere in dono un cavallo; il ritmo cassinese appartenente alla tradizione monastica di Montecassino, è la
rappresentazione di un tema morale secondo la struttura giullaresca delgenere del contrasto, ovvero della contrapposizione tra la vita terrena equella contemplativa; il ritmo di Sant’Alessio di origine colta marchigiana e di carattere religioso – mo-
rale, per una maggiore divulgazione della singolare vita del santo, rappre-senta una rilettura agiografica adattata ai canoni della recitazione giulla-resca.
1.4 LA LETTERATURA FRANCESE
La produzione letteraria francese, indipendente dal potere politico – culturaledella Chiesa e libera da obblighi di educazione morale, fu sollecitata, a differenzadi quella italiana, da condizioni politiche ed economiche favorevoli basate dapprimasul forte sviluppo feudale e sulla diffusione delle corti presso le quali sorseroimportanti centri di mecenatismo culturale, successivamente sull’espansione delleattività economiche di scambio e sulla crescita e rivitalizzazione delle città come 8 trecento
luoghi di incontro. Infatti, già nei secoli XI e XII la letteratura francese in volgare,
nota anche come lingua d’oïl e lingua d’oc(1) e sorte rispettivamente nella Francia
del Nord e del Sud, raggiunse la sua massima espressione. Si rinnovò, inoltre, il
sistema dei generi letterari e, dalla II metà dell’XI per tutto il XIII secolo, ebbe
origine nel Nord della Francia il genere letterario dell’epica che produsse una
serie di componimenti anonimi, le chanson de geste, in cui si esaltavano le
imprese di cavalieri ed eroi; essi ebbero un’ampia diffusione poiché avevano lo
scopo di divertire il pubblico sia delle corti aristocratiche e feudali che quello delle
piazze delle città durante le fiere commerciali e feste religiose. L’epica francese
si divise in due grandi cicli:
il ciclo carolingio che narra le imprese di Carlomagno e dei suoi paladini contro
i saraceni, di cui fa parte la «Chanson de Roland», il più importante capo-lavoro per le sue qualità narrative ed estetiche della letteratura medievale; il ciclo bretone che racconta le avventure di Artù e dei cavalieri della Tavola Ro-
tonda, cui appartengono i famosi romanzi in prosa il «Lancillotto» ed il
«Tristano».
1.5 LA POESIA PROVENZALE
Nella realtà feudale e nelle floride corti del Sud della Francia, alla fine dell’XI
secolo, si sviluppò la lirica provenzale, la prima manifestazione poetica omogenea
della letteratura europea in volgare. I poeti, denominati trovatori (dal provenzale
trobador: costruire giochi retorici), appartenenti a diverse estrazioni sociali:
mercanti, artigiani fino a raggiungere i più alti gradi della gerarchia feudale,
scrissero soprattutto canzoni, dando un’originale importanza all’elemento musicale.
Essi possedevano un’elevata cultura (primo poeta di cui si ha notizia è Guglielmo
IX, duca d’Aquitania), nelle loro opere trasferirono valori sociali e morali tipici
della realtà feudale e, attraverso una notevole elaborazione formale ed una
particolare attenzione metrica, diedero origine ad una lingua raffinata ed elegante.
1.6 LA POESIA RELIGIOSA DEL DUECENTO
In Italia nel corso del XIII secolo, in reazione allo sviluppo della società comunalee alla diffusione dei valori laici della nuova cultura borghese, si ebbe una rinascitareligiosa e la fioritura di una nuova letteratura i cui temi erano legati direttamentealla vita e alla liturgia della chiesa, alla Vergine e ai santi, ai dogmi della fede. Lanuova poesia religiosa, pur traendo le sue origini dalla secolare tradizione dellaletteratura cristiana medievale, scritta ed elaborata nella lingua ufficiale dellaChiesa, il latino, trasferì i suoi contenuti in lingua volgare per una più ampia epopolare comprensione e diffusione. Il nuovo clima culturale, approfondendotematiche di natura escatologica (dal greco éschata: cose ultime) e millenaristiche (1) I termini oïl ed oc corrispondono al significato italiano della parola “si” ed evidenziano la di-
versità di linguaggi esistente in una medesima regione.
trecento 9
riguardanti il destino dell’uomo e del mondo, favorì l’origine di numerosi movimentireligiosi e spirituali che predicavano la povertà, la scelta della riforma individualee collettiva; essi furono condivisi ed approvati da papa Innocenzo III il cui poterepontificio (la cosiddetta teocrazia) si basò sul recupero della purezza e dell’integritàdella fede. Una delle novità più rilevanti in ambito letterario e storico – religioso fula costituzione dei due ordini mendicanti: francescani e domenicani, denominatifrati per una maggiore vicinanza e solidarietà con il popolo; infatti, a differenzadei monaci benedettini, ai quali comunque si ispirarono, essi per riavvicinare lapopolazione a Dio e predicare la vera dottrina, contro la sempre maggiore diffusionedelle eresie, vissero a diretto contatto con il popolo e scelsero di scrivere utilizzandoil volgare, la lingua del popolo, funzionale alle esigenze della quotidianità. Laprima testimonianza di poesia religiosa italiana fu scritta in volgare umbro dalfondatore dell’ordine francescano: Francesco d’Assisi (1181 ca. – 1226),
figlio di un ricco mercante partecipò nel 1202 alla guerra tra Assisi e Perugia, in
seguito alla sconfitta degli assisani fu imprigionato e nel 1205, superati gli ostacoli
con il padre, decise di rinunciare ad ogni bene ed eredità abbracciando sine
glossa (cioè alla lettera) i precetti del Vangelo e convertendosi alla vita religiosa,
alla predicazione e al soccorso dei poveri. Nel 1209 fondò l’ordine dei frati minori
e stabilì una prima formula vitae approvata oralmente da papa Innocenzo III l’anno
seguente; successivamente Francesco elaborò la Regola che fu però approvata
dal papa Onorio III solo nel 1223. Morì nel 1226 e due anni dopo la sua morte fu
proclamato santo da papa Gregorio IX.
L’opera più significativa, la prima ed originale della nascente letteratura italiana,
di Francesco d’Assisi è «Laudes creaturorum» (Lodi delle creature) o «Cantico
di frate sole»
, scritto nel 1224 può considerarsi un testo liturgico, poiché
rappresenta un Inno di lode a Dio per le sue creature, in cui si riflette l’esperienza
radicale di povertà intesa come strumento di purificazione interiore e mezzo
privilegiato per incontrare Dio. Dal punto di vista formale il testo si presenta in
prosa rimata ed è disposto in versi, pur essendo scritto in lingua volgare non
presenta forti dialettalismi; inoltre,
il Cantico, proprio come i salmi, era cantato e la musica (purtroppo per-
duta) costituiva uno degli elementi originali della poesia religiosa.
Nel panorama della letteratura religiosa del XIII secolo, parallelamente e al di
fuori del movimento francescano, si svilupparono altri movimenti spirituali, fra i
quali quello umbro dei flagellanti o disciplinati, che, procedendo per le strade,
univano alle preghiere la penitenza e la flagellazione del corpo; i sentimenti di
fede e i temi spirituali trovarono la loro espressione letteraria nel genere poetico
della lauda. Il termine deriva dalla liturgia cattolica laudes (dal latino laudes: lode)
e riprende i laudantes o laudesi, ossia laici che si riunivano in preghiere di lode a
Dio ed alla Vergine; i flagellanti alternarono, nelle loro processioni, tradizionali
canti liturgici in lingua latina a nuovi canti in volgare di più facile comprensione da
parte dei fedeli. Per la composizione delle laudi si adottò lo schema metrico della
10 trecento
canzone a ballo o ballata strutturata in modo da poter distinguere strofe dedicatead un solista o ad un gruppo di cantori ed altre, riservate al coro, da ripetere allafine di ogni strofa (ripresa). La lauda trovò la sua completa elaborazione letterariae poetica in: Iacopone da Todi (1236 ca. – 1306)
che nel 1268, all’età di 48 anni, colto da una crisi spirituale in seguito alla morte
della moglie, abbandonò i suoi averi e si dedicò ad un rigido tirocinio di ascesi,
nel 1278 fu ammesso tra i frati minori francescani. Per la sua opposizione alla
mondanizzazione della chiesa ed alla sua natura di dominio fra i poteri terreni fu
incarcerato e scomunicato da papa Bonifacio VIII e nel 1303, con la morte di
Bonifacio e l’elezione del successore papa Benedetto XI, riottenne la libertà; morì
nel convento di Collazzone tra Todi e Perugia nel 1306.
L’originalità del laudario o raccolte di laudi di Iacopone sta nel fatto che, pur
trattando temi appartenenti alla tradizione religiosa (la vanità del mondo, la
necessità di penitenza), essi acquisirono nuova forza grazie alla straordinaria
efficacia rappresentativa di Iacopone, energia derivante dalla tormentata
esperienza autobiografica, che trasformò il discorso poetico in una tensione fatta
di contrasti, di personificazioni di concetti astratti e di violente invettive. Con
Iacopone la forma lirico – narrativa della lauda si trasformò in drammatica e fu
costruita su dialoghi fra personaggi, ciascuno dei quali sosteneva una propria
parte; una delle laudi più celebri interamante dialogata è «Donna de Paradiso» o
«Pianto della Madonna», in cui il racconto della passione giunge al lettore
attraverso la disperazione ed il pianto, il “corrotto” (verso 75), della madre di
Cristo.
1.7 LA SCUOLA SICILIANA
Nei primi decenni del XIII secolo il regno di Federico II di Svevia (1220 – 1250)creò nell’Italia meridionale un organismo politico stabile ben più complesso edaccentrato del sistema delle corti feudali; a governare vi era, infatti, la personalitàdi un uomo politico fra le più audaci, imperiose dell’intero Medioevo, che fecedella Sicilia un ambiente di intensa e vivace attività culturale. Tra il 1230 e il 1250un gruppo di intellettuali, burocrati e funzionari di corte, incoraggiati dallo stessoFederico, anch’egli poeta, ed ispirandosi al modello della lirica trobadorica, pro-dussero componimenti in lingua volgare; l’elaborazione letteraria fu ricca di ar-tificiosità intellettuale, i poeti siciliani si proposero di introdurre, attraverso il rin-novamento di schemi e situazioni, l’originale tema amoroso della poesiaprovenzale, in un nuovo contesto linguistico e culturale. Essi non scrissero lirichedestinate al canto o accompagnate da musica, al tema dell’amore non associaronola trattazione di altri temi quali la politica e l’encomio come avvenne nella pro-duzione provenzale e la lingua volgare fu depurata da espressioni dialettali. Ilpoeta più rappresentativo della scuola, cui si attribuisce l’invenzione del sonetto,fu trecento 11
Giacomo da Lentini (1210 ca. – 1294 ca.)
notaio e funzionario dell’imperatore Federico II di Svevia, da qui l’appellativo notaroper antonomasia; Il suo canzoniere fu tra i più cospicui della scuola, in cui,trattando il tema dell’amore, si soffermò sulla ricerca espressiva e sulla interioritàdel sentimento.
1.8 LA SCUOLA GUITTONIANA
La scuola siciliana dopo la battaglia di Benevento (1266), la conseguente vittoriadi Carlo d’Angiò sugli svevi e la decadenza della corte di Federico II (morte 1250),continuò la sua attività e produzione nella seconda metà del Duecento nella scuoladei rimatori toscani. Essi operarono nella vivace e fervida attività comunale toscananonostante le gravi controversie tra guelfi e ghibellini, ereditarono le ricerchelinguistiche dei poeti siciliani ed il tema dell’amore, non più codificato secondo lenorme di comportamento tipiche dell’aristocratica realtà della corte di Federico II,ma arricchito di temi politici e religiosi, in conformità con il nuovo e diverso ambientepolitico, sociale e culturale. L’esponente di maggiore rilievo, cui si attribuisce ladenominazione della scuola, fu Guittone d’Arezzo (1235 ca.1294)
autore di un ricco canzoniere egli influenzò gran parte della produzione poeticatoscana; alla canzone ed al sonetto istituzionalizzò l’utilizzo del metro della lauda– ballata e, attraverso un linguaggio ricercato, nutrito di arte e cultura retorica,trattò temi politici, morali e dottrinali.
1.9 IL DOLCE STIL NOVO
La denominazione della corrente letteraria del dolce stil novo(2) si rifà alla
seguente terzina dantesca della Divina Commedia (Purgatorio, Canto XXIV, versi
52 - 54) in cui Dante, immaginando un dialogo con Bonagiunta Orbicciani da
Lucca, poeta giuttoniano, gli fece rivelare di aver compreso che la differenza tra
la produzione letteraria della vecchia lirica (poeti siciliani e toscani) ed il dolce stil
novo stava proprio in una maggiore fedeltà degli stilnovisti ai genuini sentimenti
ispiratori delle liriche; Bonagiunta così si esprimeva:
«I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
Ch’è ditta dentro vo significando»
La ricerca stilnovistica dei nuovi rimatori si propose di creare una rinnovata armoniatra contenuti sentimentali e psicologici nonché una espressione elegante edaristocratica. Gli stilnovisti, liberandosi dalla rigida osservazione dei modelli, tipica (2) Dolce indicava la trattazione del tema dell’amore; Stile l’aspetto formale del testo e Nuovo
la freschezza giovanile delle composizioni (l’aggettivo “nuovo” nell’italiano antico equivalevaa giovanile).
12 trecento
della produzione poetica precedente, per seguire l’intima ispirazione interiore,
elaborarono un’originale lirica d’amore basata sul rapporto di identità tra nobiltà
d’animo, il “cor gentile”, e la capacità di amare. La perfezione spirituale si
raggiungeva attraverso la naturalità del sentimento d’amore, unita alla profonda
dignità ed onestà morale nonché intellettuale, la nobiltà, infatti, non era più
considerata un privilegio di nascita, ma interiore, un aspetto imprescindibile dello
spirito per amare; per gli stilnovisti l’amore, quindi, non era istintuale, ma
esclusivamente spirituale. La bellezza fisica riceveva luce ed anima da quella
interiore e dalla bellezza e gentilezza nasceva la donna – angelo, capace di
purificare l’uomo ed innalzarlo a Dio, mediatrice tra la terra ed il cielo(3). Il poeta
più rappresentativo della nuova lirica fu
Guido Guinizzelli (1235 ca.1276)
bolognese, giudice e uomo politico, scrisse 15 sonetti e 5 canzoni fra cui: «Al
cor gentil rempaira sempre amor», considerata il manifesto dello Stilnovo, il cui
tema dominante è la trasfigurazione dell’animo del poeta operata dall’amore,
espressa attraverso una forma linguistica ricercata ed un complesso artificio di
similitudini e riflessioni. L’innovazione poetica di Guido Guinizzelli si diffuse ben
presto anche nell’ambiente fiorentino, dove emerse la personalità di
Guido Cavalcanti (1255 ca. – 1300),
appartenente ad una famiglia guelfa (figlio del Cavalcanti che Dante collocò fragli eretici nell’Inferno – Canto X), partecipò attivamente alle lotte politiche delcomune di Firenze, sostenendo la fazione dei Bianchi e si dimostrò ostile allatrasformazione democratica delle istituzioni, tanto da farsi espellere dal comunenel 1300. Cavalcanti divenne ben presto il punto di riferimento della nuovagenerazione di poeti stilnovisti fiorentini, rappresentò un’originale visionedell’esperienza amorosa, vissuta dall’amante, sconvolto dalla violenta passionecon cui Amore si manifestava, come un vero trauma; delineò, con una varietà diregistri linguistici ed espressivi, l’essenza dell’amore mediante uno scenariointellettuale ed astratto, trasformando in versi personaggi drammatici, i sensi e gliorgani (occhi, mente e cuore) coinvolti nell’amore.
1.10 LA POESIA COMICO - REALISTICA
Nello stesso clima politico, sociale e culturale in cui si sviluppò la lirica del dolcestil novo, in Toscana nacque la poesia comico – realistica, in cui l’aggettivo“realistica” derivò dall’opposizione dei nuovi poeti all’aristocratico astrattismostilnovista e “comico” dallo stile letterario di riferimento, al quale la tradizionemedievale assegnava la trattazione di argomenti bassi; non richiedendo (3) Nella “Vita Nuova” (Capitolo XXVI) Dante nel celebre sonetto in lode a Beatrice (Tanto gen-
tile e tanto onesta pare) così si espresse:«e par che sia una cosa venuta / da cielo in terraa miracol mostrare» (versi 7 – 8).
trecento 13
un’accurata selezione linguistico – lessicale ed attingendo a tutti i livelli linguistici,
lo stile comico si basava sull’utilizzo di una lingua colloquiale, immediata, spon-
tanea appartenente alla quotidianità. Il modo di osservare l’amore e la vita dei
nuovi poeti, capaci come gli stilnovisti di elaborare anche i più alti ed artificiosi
strumenti espressivi e letterari, manifestò la loro precisa volontà di opporsi alla
produzione stilnovistica e, all’amore inteso come strumento di elevazione o
tormento spirituale, essi contrapposero una visione materiale e passionale, alle
concezioni astratte la grossolanità di insoliti e occasionali situazioni (giochi, burle,
zuffe), alla celebrazione della saggezza e della gentilezza l’esaltazione delle
ricchezze e dei beni materiali.
La poesia comico – realistica di Cecco Angiolieri (1260 ca.1312 ca.), di
Rustico Filippi (1230 ca. 1290 ca.) si fondò sulla parodia, sullo scherzo, sul
divertimento e arricchì la lingua di nuove immagini ed espressioni, più aperte alle
influenze del parlato.
1.11 LA PROSA DEL DUECENTO
La produzione letteraria in prosa volgare si sviluppò in ritardo rispetto alla poesia,
poiché radicata e profonda era la tradizione in prosa latina. Con il processo di
democratizzazione della società comunale, nella II metà del Duecento si avvertì
però la necessità di adottare la lingua volgare anche per le pratiche di tipo
amministrativo – cancelleresco, così notai, giudici e funzionari cittadini si proposero
di organizzare modelli di discorsi, di lettere, atti ufficiali, costituzioni, leggi, norme
in lingua volgare conservando gli aspetti retorici e formali della lingua antica. I
modelli di discorsi e di lettere caratteristici dell’ars dictandi, ovvero della tecnica
della composizione, si arricchirono delle traduzioni dei manuali della retorica
classica e contribuirono allo sviluppo e ad una maggiore diffusione della produzione
letteraria in prosa. Fra i prosatori della II metà del XIII secolo in Toscana emerse
la personalità artistica e letteraria di
Brunetto Latini (1220 ca.1294)
maestro di Dante, visse a lungo in Francia e fu autore di opere a carattere
prevalentemente divulgativo e didattico; grazie, infatti, al volgarizzamento, ovvero
alla traduzione in volgare toscano ed al commento del trattato ciceroniano «De
inventione»
, fu considerato da Dante come colui che insegnò ai fiorentini sia
l’arte della retorica che quella della poetica e che fornì un notevole contributo
all’affermazione del concetto di scienza ossia di cultura, sostenendo che essa
nasceva da una tensione morale di purificazione. Brunetto Latini compose nel
1262 ca. il poemetto allegorico – didattico, il «Tesoretto», che rappresentò la
diffusione in poesia in lingua volgare toscana dell’opera enciclopedica in prosa
francese il «Tresor», in cui raccontò che dopo aver smarrito la propria strada
nella selva fu soccorso e salvato da Natura che lo condusse sul Monte Olimpo
per ascoltare gli insegnamenti del greco astronomo Tolomeo; è evidente come il
«Tesoretto» ispirò Dante per la scrittura dell’incipit della Divina Commedia.

Source: http://www.suntini.it/pdf/libro_italiano_1_capitolo.pdf

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