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Capitolo decimo

Capitolo 10°
PROFEZIA
La manciata di giorni, notti, ore e minuti di fine d’anno passarono ovattati senza fare rumore; poi, allo stesso modo, in alleanza col silenzio, arrivò il mattino del trentun dicembre: il giorno di Profezia. Un giorno importante che una volta in scena viziò il silenzio e prese a fare cigolare il passaggio delle ore e dei minuti togliendo l'ovatta ai rumori e restituendo all'entusiasmo la dimora da cui era stato sfrattato. Quel mattino di Profezia arrivò con tale veemenza che sembrò anche poter gettare secchiate d’ansia su tutte le cose, ma non fu così. Più o meno a mezzogiorno, scivolando sul famoso copione non scritto, il capitano si ritrovò all'aeroporto di Milano per andare a Roma … la sede della Rai di Saxa Rubra l’aspettava. Aveva una cassetta in una tasca cucita all’interno della giacca, una videocassetta che riportava alcune riprese del presidente della Repubblica e un messaggio di circa due minuti. La videocassetta era diversa dal tipo che tutti hanno nelle loro case. Alla Rai le usavano così: più professionale, di dimensioni un po' più grandi, una "D2" prodotta dalla Sony. Nel suo sopralluogo a Saxa Rubra, aveva avuto modo di prendere nota del tipo di L'aereo si staccò dalla pista di Linate e meno di un’ora dopo si attaccò a quella di Fiumicino. Gli era sempre piaciuta quella città. La sua cultura magica e la sua gente allegra mettevano sempre il capitano di buon umore. In ogni angolo di Roma la storia racconta la storia davanti ai colori del mondo intero. Erano già le diciassette quando si ritrovò a camminare per i Fori Imperiali. Lasciato il Colosseo e diretto verso piazza Venezia e il Vittoriano-Milite Ignoto, percorse più di duemila anni di storia in pochi minuti di strada; poi, mentre stava per imboccarla, invece di entrare in via del Corso decise di fare un salto al Quirinale come per salutare quel compagno che poche ore dopo avrebbe parlato alla nazione insieme a lui a reti unificate . dunque, Quirinale, via del Corso, Palazzo Chigi, Montecitorio e d'un tratto: << Taxi! Taxi! >> SI fermò un taxi e salendo disse: << Saxa Rubra, per favore.>> << Va bene signore >>. Davanti ai finestrini passò ancora un'infinità di cose, un'infinità di storia; poi, quella inenarrabile città iniziò a diradarsi e a diventare periferia. Tante costruzioni chiare, quasi bianche, un po' palazzine e un po' capannoni, cominciarono a disseminarsi in una piana che questa volta era più buia e avvolta dai colori dell’inverno. Dopo le curve di avvicinamento, ripercorse una parte di quel rettilineo che alla fine si allargava come la pancia di un'ampolla per buttarsi nei cancelli grigi e numerati che erano gli unici punti in cui l'incorruttibile inferriata che girava intorno al villaggio della Rai si apriva per lasciare entrare a determinate condizioni. << Si fermi per favore - disse al taxi - sono arrivato. >> << Va bene, signore, sono ventottomila. >> << Grazie e buona serata >>. Scese dal taxi prima un po’ prima della pancia dell'ampolla e lontano dai grossi cancelli numerati, si avvicinò lentamente all'inferriata che questa volta gli apparve meno incorruttibile di quanto gli era sembrata la volta precedente. Era alta qualcosa in più di un paio di metri, forse due metri e mezzo e formata da lunghi ferri verticali cosiddetti a "U", appuntiti e biforcati in alto in più punte … ci sarebbe voluto un certo “impegno” per scavalcarli. I ferri a U si alzavano verticali e paralleli l’uno vicino all'altro. Erano collegati solo alla base da un basso muretto in cemento armato in cui si conficcavano dentro per correre tutt’intorno al villaggio. Non li teneva uniti null’altro e nella parte alta, poco prima delle punte biforcate, essi potevano essere forzati e distanziati tanto da passarvi in mezzo. Lui, con l'aiuto della sera, fece così ed entrò. Erano circa le diciannove quando, ancora con quell'aria da "habitué", si mise a girare indaffarato nei viali del villaggio. Non ci aveva pensato prima, ma lì dentro trovò una grossa complicità inaspettata. La festa, l’atmosfera di festa: quella bellissima cosa che porta tutti a fare gli auguri a tutti. Quell'attesa innocente e un po' "frizzante" del veglione, della notte brava. Quella voglia di spegnere tutti i "bottoni" delle macchine e di andare a divertirsi. Perfino a lui, anche se non lo conoscevano. Erano pochi, ma c’era anche chi girava con la bottiglia di spumante e il panettone in mano. Qualche ragazza e qualche donna lasciavano che una generosa porzione di abito lungo sporgesse al di sotto del camice di lavoro o del soprabito. Sì, quell'aria di festa fu proprio una complice utile e inaspettata. << Auguri! Auguri! >> Anche a lui. << Si stappaaa una bottigliaaa in redazione TG2; andiamooo! Andiamooo! >> << C'è un panettoneee già affettatooo nella tal sala . andiamooo! Andiamooo! >> E così, proprio nella tipica atmosfera di fine d'anno, si formavano cordiali gruppetti di colleghi un po’ qui e un po' là. Vi erano tecnici e giornalisti insieme, ospiti e impiegati, custodi e redattori, allestitori e manutentori. Lì dentro, comunque attento a non commettere passi falsi, il capitano si immischiò tra tutti. Era un viso nuovo che sembrava essere nato lì. Partecipò a un paio di brindisi, a un paio di quei momenti di cordialità. Partecipò e si avvicinò alla sala master-control e alle sale M.O.: a quel famoso punto che ormai non era più all'orizzonte. << Sono qui - pensò - di nuovo qui mie care sale. Sono qui, sono tornato perché vi voglio e Accattivante, luccicante e colorata, la sala M.O. di turno gli lanciava occhiate di voglia e di Al suo funzionamento vi era un solo addetto: un tecnico che si assentava brevemente, che faceva gli auguri, che partecipava a questo o a quel brindisi, che mangiava una fetta di panettone e che faceva tutte quelle cose che si fanno quando sta per arrivare l’anno nuovo e tutto è tranquillo. Dall'altra parte, a sinistra della vetrata, la sala master-control sembrava funzionare tutta da sola. Piantonata e blindata proibiva l'accesso ad ogni non addetto. eppure, al capitano appariva come impaziente di ricevere il segnale di Profezia, dalla sala M.O. Intanto, come una spia implacabile, lui aveva carpito le ultime informazioni ed effettuato le ultime verifiche al suo piano. Nulla era affidato al caso anche se il caso riuscì ad aggiungere piccole cose che furono ulteriore complicità. Alle venti e trenta sarebbero state unificate le reti e pochi secondi dopo il presidente avrebbe parlato in differita dal suo Quirinale per una ventina di minuti o poco più. Erano le ore venti e il primo dei trenta minuti che dovevano seguire, viveva già il suo tempo. Il capitano non aveva la minima idea di come si sarebbe dovuto procedere per unificare le tre reti nazionali, non aveva idea di quali manopole si sarebbero dovute toccare, di quali interruttori e pulsanti si sarebbero azionati. Non ne aveva idea ma ciò non aveva importanza. la manovra dovevano farla gli altri e lui doveva intervenire solo dopo, dopo l'unificazione delle reti. Sapeva invece molto bene come funzionava la sala M.O. e il relativo mixer. Il mixer può essere immaginato come una sorta di fila ben allineata di rubinetti che aprono e chiudono dei tubi i quali convergono poi in un unico tubo che va alla famosa master-control e dunque ai ripetitori. Qualora volessimo fare arrivare un po’ “d’acqua” alla master-control, non dovremmo fare altro che aprire nel mixer il rubinetto del tubo che conduce l’acqua. Qualora volessimo invece fare arrivare un po’ di “birra”, non dovremmo fare altro che aprire il rubinetto del tubo della birra . e così via. Al mixer arrivano dunque una serie di cavi e ogni cavo è collegato a qualcosa: una regia, una telecamera, un microfono, un videoregistratore, un riproduttore … insomma, ogni apparecchiatura necessaria per la diretta o per la differita. Per mandare alla master-control il segnale prodotto dalla specifica apparecchiatura programmata, non si deve fare altro che aprire lo slider (così si chiamano i rubinetti del mixer) del cavo che mette in collegamento l’apparecchiatura programmata col mixer. Essendo dedicate ad orari e trasmissioni precise, le sale M.O. non sono molto grandi e hanno poche apparecchiature; i loro mixer, dunque, hanno pochi sliders perché sono raggiunti da pochi cavi. Nel caso specifico, Profezia sarebbe stata una differita, ovvero una trasmissione precedentemente registrata e pertanto, a monte del mixer della sala MO, non poteva esserci collegato che un lettore di videocassette. Nella M.O. che avrebbe mandato alla master-control la registrazione del discorso di fine d’anno del Presidente della Repubblica, vi erano un paio di videoregistratori idonei a leggere le note videocassette D2 della Sony. Ciò vuol dire che la cassetta col discorso del Presidente sarebbe stata fisicamente inserita proprio in uno di quei due videoregistratori i cui cavi di collegamento al mixer erano volanti e passavano praticamente sul pavimento della sala M.O. Il capitano aveva individuato facilmente i due sliders relativi ai due cavi dei videoregistratori, tuttavia sapeva che una ventina di minuti prima della trasmissione, l'operatore della M.O. si mette in contatto interfonico con l'operatore della master-control ed entrambi verificano se tutto è tecnicamente pronto. Ovviamente, insieme ai due operatori ma a loro insaputa, il capitano avrebbe seguito quella verifica per sapersi a sua volta pronto. Tutta la faccenda, alla fine, si risolveva nell'inserire la D2 di Profezia al posto della D2 del Presidente della Repubblica, ma per fare ciò era necessaria una forzatura al caso. Durante i pochi secondi necessari alla sostituzione della cassetta, occorreva che la sala M.O. fosse deserta. Nessuno poteva però toccare il mixer ad eccezione degli operatori e dunque la forzatura consisteva nel far uscire per pochi secondi l'operatore di turno dalla M.O. La M.O. in questione quella sera era spenta, non illuminata. Erano le ore venti e il primo degli ultimi trenta minuti prima di Profezia aveva già vissuto quasi tutto il suo tempo e si preparava a cedere il passo al minuto successivo. Alle venti e sei minuti, il tecnico addetto entrò nella sala M.O., accese le luci, chiamò il collega della master-control e insieme verificarono la messa a punto di ogni cosa. La porta era aperta. Il capitano sbirciò. Le venti e sette minuti, e otto minuti, e dieci, e dodici . l'addetto non usciva più; le venti e quindici … la master-control si preparava. Il capitano sparì. Uscì completamente di scena. Da quel momento, assolutamente anonimo e mimetizzato, orientò tutta la sua mente alla forzatura del caso, a fare cioè in modo che la M.O. rimanesse deserta per qualche secondo. In quelle occasioni di così intensa riflessione gli sembrava di smaterializzarsi, di diventare In quelle occasioni di tale intensità, una specie di ipnosi avvolgeva la sua mente che sembrava uscire dal suo corpo. Avvertiva come un senso di potenziamento, di arricchimento. Come flussi di energia che, chissà da dove, venivano a sublimare la sua possibilità di pensiero e di azione. Quando ciò accadeva, lui non era solo e forse non era neppure lui: era come se il destino e l'arte agissero per lui. Il tempo sembrava cambiare dimensione, i secondi erano come minuti e i minuti come ore. Eppoi ogni cosa sembrava predisposta e stabilita. Quella meccanica inspiegabile, quella logica terribile, quella cinica certezza che tutto questo dava, che tutto era e non poteva non essere. Dentro Saxa Rubra vi erano un’infinità di telefoni a gettone. << Ciao Silvia - disse bruscamente - sono io >> << Sono io?!? E il tono dell’ultima volta?>> << Sono io e basta. Ascoltami, non ho tempo. Dovresti dire ai bambini che dopo il discorso del Presidente in televisione, vengo a casa. >> << Silvia hai capito? Dì ai bambini che arrivo dopo il discorso del Presidente. anzi, ascoltalo anche tu così saprai quando finisce >> << Devo accendere la televisione e guardare? >> << Sì. finalmente. sì! >> << Devo dirlo a qualcuno? >> << Sì. finalmente. sì! A tutti quelli che puoi: il Presidente inizia il suo discorso tra un quarto << Ho capito, avviserò tutti così ascolteranno il discorso del Presidente >> << Brava Silvia, sei forte! >> << Bravo capitano. sei forte! >> Profezia era una operazione troppo delicata e eccesso di cautela o no, aveva deciso di avvertire gli stessi agenti segreti solo qualche minuto prima del fatto. Le venti e venti. e ventuno. e ventidue. Sulla prima rete il Tg1 si apprestava a finire. Dopo, dopo la pubblicità, le reti sarebbero state unificate. e il Presidente e il capitano avrebbero parlato. Le venti e ventitré. le venti e ventiquattro. Il telegiornale andava ormai a concludersi. La master-control si riempiva: due, tre. cinque operatori. Il capitano, sempre con quella sua straordinaria capacità di mimetizzarsi, di confondersi e amalgamarsi con gli altri e con l'ambiente, osservava e attendeva. Nel videoregistratore della sala M.O. c'era ancora la cassetta vera, la D2 originale mentre quella di Profezia che sembrava avere un’anima scalpitante e preoccupata, era ancora dentro la larga tasca cucita all'interno della giacca del capitano. Profezia attendeva preoccupata di diventare Profezia ma poi, volenti o nolenti, i ladri del tempo avrebbero dovuto prendere atto che qualcuno iniziava a portar via loro ciò che loro avevano portato via a tutti impunemente e per anni. Venti e venticinque: una sesta persona entrava nella master-control e il tecnico della M.O. non Il capitano osservava passivamente tutto quel movimento, quell'andirivieni di operatori tecnici D'un tratto ecco la novità: il destino, l'arte, la "forzatura" del caso, insomma, non era la M.O. Per certi aspetti, infatti, folla e deserto sono la stessa cosa. Per Mc Luan l'uomo “illetterato era uguale all'uomo elettrico”. Per Riesman l'uomo “autodiretto era uguale all'uomo etero diretto”. Proprio Riesman raccontava che passeggiando una sera per Broadway fu così bombardato dalla ridondanza di pubblicità luminosa di una via del centro che si sentì confuso. “Mangia questo, bevi quello. guarda qui. tocca là. fai così. fai cosà”. Non seppe scegliere nulla; proprio come se nulla vi fosse stato da scegliere. Alle venti e ventisei stavano per iniziare alcuni minuti di pubblicità. Nella master-control tutto Alle venti e trenta, finita la pubblicità, suonò il telefono di servizio, si accese una luce rossa e la porta della M.O. si chiuse. Il telefono di servizio comunicò che tutto era pronto. Manopole, congegni e commutazioni avevano unificato le reti. Nei monitors apparve Di lì a poco la Nazione avrebbe potuto ascoltare il messaggio del Presidente. Alle venti e trentadue, con un vestito scuro, forse grigio, un bel faccione rotondo con i capelli bianchi, il naso aquilino e le labbra un po' sottili, il Presidente comparve nei monitors. Un vestito scuro molto simile a quello che indossava nella videocassetta dentro la tasca cucita nella giacca del capitano. Alle venti e trentadue il Presidente iniziava a parlare mentre Profezia attendeva ancora. Occorreva mettere la "D2" di Profezia nel secondo videoregistratore della sala M.O. eppoi mixare le due videocassette. Chiudere insomma il "rubinetto", lo slider del videoregistratore col Presidente e aprire quello del videoregistratore in cui il capitano doveva ancora "infilare" Profezia. Un veloce mixaggio tra due immagini praticamente uguali, sarebbe passato inizialmente inosservato. Dentro la master-control, gli operatori non si sarebbero accorti subito della anomalia. Tra il tempo che sarebbe trascorso prima di rendersi conto di ciò che accadeva e la manciata di secondi inevitabilmente necessari per valutare e decidere come intervenire, sarebbero sicuramente passati più di quel paio di minuti di cui la cassetta di Profezia aveva bisogno. Le venti e trentaquattro; la calma ebbe il suo bel da fare a rimanere calma. Il bel faccione era lì, era lì che parlava loquace, facondo, anzi logorroico. Le venti e quaranta; il bel faccione parlava, parlava, parlava. Le venti e quarantacinque; parlava, parlava, parlava. Entro cinque minuti Profezia doveva assolutamente diventare Profezia. L'intelligenza è prima di tutto calma, silenziosa. Poi è anche educata, umile, onesta, saggia. sa aspettare, sa vincere; non vuole chiasso. Fu lei, proprio la calma, la padrona incontrastata del campo. Come gli accadeva sempre nei momenti di massima tensione, il capitano sentì quei flussi di energia che sublimavano la sua possibilità di pensiero e di azione. Ritornò la sensazione del destino e dell'arte. Il tempo perse la sua dimensione. I secondi Le venti e cinquantadue, con la luce rossa ancora accesa la porta della M.O. si aprì. Normale. In fondo la M.O. funziona tutta da sola; una volta impostata una linea, una connessione, un programma . un "tubo" insomma, lei va. Il bel faccione tondo parlava ormai da oltre un quarto d'ora, e, secondo il palinsesto, Il messaggio a reti unificate sarebbe durato poco meno di mezz'ora. << Auguri, auguri! >> - a lui che non conoscevano. << Auguri! Auguri! >> - lui che non li conosceva. In quel momento un brindisi e una fetta di panettone sarebbero stati opportuni. Sarebbe stata opportuna un po' di gente proprio lì, un po' dentro e un po' fuori, nel "bagnasciuga" della sala M.O. e della vicinissima master-control. Qualcuno col bicchiere di spumante in mano, qualcuno con la fetta di panettone, qualcuno con la sigaretta. Qualcuno con la schiena appoggiata contro la parete, qualcuno no. Iniziò a urlare il capitano nel corridoio. Bussando e aprendo solo un po' di più le porte già socchiuse degli uffici, senza mettere dentro << U n - b r in d i s i - a l - P r e s i d e n t e e e - i n - s a l a - m e s s a - i n - o n d a a a >>. E gli altri uscivano dalle porte dei loro uffici e ripetevano: << U n - b r in d i s i - a l - P r e s i d e n t e e e - i n - s a l a - m e s s a - i n - o n d a a a - u n - Qualcuno ironizzava, qualcuno era serio, qualcuno si dirigeva verso la sala M.O. e qualcuno Nel bagnasciuga era arrivata un po’ di gente e il Capitano iniziava a intravedere la forzatura, la combinazione che il destino e l’arte stavano preparando. La gente aveva portato un panettone e un paio di bottiglie che vennero stappate davanti a una scarsa decina di bicchierini di plastica tesi come in una questua. Iniziato il sorseggio dello spumante, il panettone venne posto su un tavolo improvvisato e tagliato in fette molto imprecise; poi, quando ciascuno ebbe ricevuto la sua porzione di dolce e mentre continuava il sorseggio dello spumante, ecco che fu completo il quadro che il destino e l’arte avevano preparato. Il capitano infilò una mano dentro il petto della giacca e raggiunse la cassetta di Profezia dentro la tasca, poi, con un bicchierino di plastica nell’altra mano, un po’ come tutti gli altri, entrò nella M.O. e inserì la sua D2 nel videoregistratore fermo … dunque si avvicinò al mixer e chiuse uno slider per aprirne un altro. Ci vuole un secondo, un solo secondo per mixare due sliders, per chiuderne uno e aprirne contemporaneamente un altro. Ma il tempo aveva perso la sua dimensione: i secondi erano minuti e i minuti ore. Un solo secondo che non finiva più. e intanto aveva fatto. Un secondo come i pochi secondi di un orgasmo. Un secondo che non finiva più e che durava troppo poco. Proprio come le invitanti e colorate M.O. e master-control gli avevano promesso, quando gli avevano lanciato quelle loro “occhiate” piene di voglia e di complicità. E intanto quel secondo era finito. Il vestito scuro, forse grigio, il bel faccione rotondo con i capelli bianchi, il naso aquilino e le labbra un po' sottili; erano lì, nei monitor della master-control, della M.O., e, inquietanti, nei televisori di tutta la nazione. Profezia scorreva nel "tubo" e passava nel rubinetto, libera e viva come acqua di sorgente. Nel bagnasciuga, nessuno si era accorto di nulla. Il Presidente, del resto, era sempre lì. Il capitano guardò il suo bicchiere vuoto, andò a riempirlo e finalmente brindò. Tra le venti e cinquantasette e le venti e cinquantotto, il messaggio, il suo messaggio, sarebbe Lì, nessuno si era accorto di nulla, neppure il telefono di servizio si era messo a suonare: ma Così, nell'attesa, il capitano ripeté, fra sé e sé, il messaggio di Profezia che iniziando quasi << Presidente, mi scusi se prendo la parola. Buonasera, teleascoltatori, sono il capitano; ho Il Paese è in balìa di una classe dirigente criminale e subdola: uno Stato che uccide. Molti delitti attribuiti alle Brigate Rosse sono stati decisi dai vertici delle istituzioni e materialmente eseguiti da chi era appeso ai fili del grande burattinaio. Aldo Moro è stato ucciso da chi lo ha preso in consegna, vivo e vegeto, per conto dello Stato. L’aereo di Ustica è caduto per la battaglia scatenata dalla flotta Nato contro il velivolo di Gheddafi mentre l’alto comando militare italiano sapeva e vedeva che quei cittadini inermi volavano andando a interporsi al bersaglio. E i delitti di Stato che i giornali ci propinano come incidenti o suicidi? Roberto Calvi, Michele Sindona, Gabriele Cagliari e Raul Gardini sono morti tra abili messinscene; come don Mario Bisaglia e Ugo Niutta. Tony Bisaglia è stato “liquidato” dai capi della Dc emergente di sinistra e dalla massoneria piemontese. Nessun livello istituzionale è innocente, neppure il Quirinale. E il mostro di Firenze? La mafia decise di occuparsene per l’intralcio provocato dai tanti posti di blocco delle forze dell’ordine. Il vero mostro fu eliminato da un giovane sicario che dopo essersi imboscato come cuoco nella mensa della Mercedes-Benz di Stoccarda, perse misteriosamente la vita. Pietro Pacciani è solo il capro espiatorio “ad hoc” con cui certa magistratura italiana "sfama" l'opinione pubblica. Ho fatto pervenire le prove di ciò che affermo, al quotidiano “Res Publica”, ma nulla ha Questo Stato con i suoi politici ci uccide ogni giorno, ci toglie la libertà di decidere e di essere; ci impone una sorta di religione che ci dichiara moralmente in regola se osserviamo le sue direttive troppo spesso immorali. Quali cittadini contribuenti siamo troppo spesso finanziatori assuefatti di disegni assassini. Occorre proteggersi con un patto di solidarietà popolare nuovo. Il cuore di ciascuno di voi sa che sto dicendo la verità. Credetemi, dunque, datemi fiducia! Nei prossimi giorni vi chiederò di fare alcune cose. Intanto ricordi, signor Presidente! Uno - I valori contano: lo Stato vi dedichi più energia che alla pubblica venalità! Due - La cultura è futuro: lo Stato smetta di generare ignoranza! Tre - Le leggi non sono infallibili: lo Stato si preoccupi più della sostanza che della forma delle Auguri per il nuovo anno cari italiani, vi porto tutti nel mio cuore >>. Perfettamente nei tempi, il messaggio era durato il paio di minuti previsti. Sul finire delle venti e cinquantasette il capitano aveva già mixato per la seconda volta, aveva cioè riaperto lo slider della differita, quello del faccione vero, e chiuso quello di Profezia. Era andato tutto bene perfino oltre il previsto e programmato. Recuperata la "D2” di Profezia, ritornò nel "bagnasciuga" che era ancora sufficientemente calpestato. Intanto, già trasmessa, Profezia si preparava a rimanere scolpita nella testa e nel cuore di Il telefono di servizio sarebbe dovuto ormai squillare e il capitano sarebbe potuto andar via già dopo il primo mixaggio; ma aveva deciso di aspettare. Il vero tocco d’arte aveva infatti chiesto il secondo mixaggio e dunque il recupero della cassetta “D2” di Profezia, intanto il telefono di servizio non squillava ancora e lui era ancora lì con Profezia dentro la giacca. Non riusciva, non voleva andare via. poi, alle venti e cinquantanove, il telefono di servizio Un tecnico si avvicinò e rispose, ascoltò per qualche secondo e nel frattempo il pallore si << Impossibile. impossibile - esclamò arandosi i capelli con le dita rigide e biancastre della mano sinistra - qui non è successo nulla, non ci siamo accorti di nulla. Siete sicuri di quello che dite? Siete sicuri ? >> La risposta fu inequivocabile, l'accaduto inaudito. Ancora pallido, il tecnico adagiò la cornetta e, come in stato di ipnosi, conferì con i colleghi e In un baleno la notizia si sparse. Il bagnasciuga divenne affollato più che mai. Le reti unificate restarono tali, il Presidente non era più nei monitor. e non v'era nessun'altro Il panico e la confusione erano entrati in campo e in quella frastornata atmosfera nessuno si accorgeva che la master-control non trasmetteva più nulla. Suonò ancora il telefono di servizio … il trambusto, la paura e lo scompiglio erano circondavano tutto come l'aria. Una squadra di tecnici entrò nella sala M.O. quasi buia, la illuminò a giorno e dopo una nevrotica ispezione: << Nulla, qui non c'è nulla >> disse uno di loro uscendo. Rimanere ancora lì non sarebbe stata più arte, sarebbe stato sciocco, così il capitano se ne andò. Da un viale all'altro, da una palazzina all'altra, raggiunse l'inferriata. Allargò un’altra volta i quasi sottili ferri cosidetti a “U” e fu fuori in un balzo. Da lontano mille luci rotanti blu delle automobili della polizia si stavano avvicinando. Gli venivano in mente molte cose da fare, ma non riusciva a sceglierne nessuna. Telefonare ai giornali, alle televisioni, alla polizia, allo stesso Presidente. Non riusciva a scegliere … forse, nel copione mai scritto, per quel momento non v'era scritto nulla. Dunque, prese un taxi e si diresse velocemente alla volta dell'aeroporto di Fiumicino. Un bel ritorno in aereo, senza pensare a nulla! Nel copione, forse, era scritto proprio così. Poco dopo le ventidue, l’aereo volava sulla Nazione in festa. Da Roma a Milano, al capitano sembrò di volare su un Paese che rideva, che si “arrampicava”, un po' sbigottito e un po' divertito, su una speranza nuova. E una speranza nuova in effetti c'era. << (.) datemi fiducia. Nei prossimi giorni vi chiederò di fare alcune cose (.) >> Così aveva parlato in conclusione di Profezia: la nuova speranza era proprio quelle "alcune cose". E di quelle "alcune cose" lui riusciva a farsi responsabile e inesorabile carico. In aereo sentì parlare di Profezia; in aeroporto, a Milano, pure. In autoradio, ritornando a casa, L'arte correva all'impazzata e si nutriva di rimbalzi tra un mass-media e l'altro. Ovunque, proprio ovunque, l'argomento era Profezia. Era atterrato a Milano poco dopo le ventitre, ma erano passate le due del mattino quando infilò la macchina nel garage di casa. Si addormentò alle quattro e si svegliò alle otto.

Source: http://www.spotpoint.eu/Al_rosso_di_un_semaforo/Cap.10%20Profezia.pdf

Attention deficit hyperactivity disorder and neurocognitive correlates after childhood stroke

Journal of the International Neuropsychological Society (2003), 9 , 815–829. Copyright © 2003 INS. Published by Cambridge University Press. Printed in the USA. DOI: 10.10170S1355617703960012 Attention deficit hyperactivity disorder andneurocognitive correlates after childhood strokeJEFFREY E. MAX,1 KATHERINE MATHEWS,2 FACUNDO F. MANES,3BRIGITTE A.M. ROBERTSON,4 PETER T. FOX,5 JACK L. LANCA

Microsoft word - g-lobby bar - english 17 pages

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